EPIDEMIOLOGIA
Si stima che in Italia ogni anno sopravvengano oltre 30 000 nuovi casi di carcinoma
della mammella (CM): circa 7-8000 in età inferiore a 50 anni, 13-14 000
tra i 50 e 70 anni ed altri 8-10 000 nelle età più avanzate. Il
numero di donne attualmente viventi in Italia che hanno avuto in passato una
diagnosi di CM è stimabile a oltre 300 000. Le stime di incidenza, basate
sulle statistiche di mortalità e di sopravvivenza e sui dati dei registri
tumori, mostrano valori più alti al Nord, intermedi al Centro ed inferiori
al Sud: i tassi di incidenza standardizzati per età sono del 30-35% più
alti nel Nord che nel Sud. Le differenze geografiche si stanno però riducendo
e sono praticamente confinate alle età superiori a 50 anni: nelle donne
più giovani lincidenza è ormai simile in tutta Italia. In
alcune aree del Nord del paese il tasso di incidenza annuo di CM ha raggiunto
lun per mille (tasso standardizzato sulla popolazione europea) e il tasso
di incidenza cumulativo fra 0 e 79 anni ha raggiunto il 10%: ciò significa
che, in assenza di mortalità per altre cause, 10 donne su 100 sono destinate
a contrarre la malattia nel corso della loro speranza di vita. Due donne su
cento si ammalano già prima dei 50 anni. Landamento dei tassi di
incidenza specifici per età del CM si differenzia da quello di tutti
gli altri tumori epiteliali non dipendenti da fattori ormonali e riproduttivi.
I tassi di incidenza aumentano esponenzialmente con letà (come
per gli altri tumori epiteliali) fin verso i 50 anni, quindi subiscono una pausa,
o addirittura una lieve diminuzione, per poi riprendere a crescere, ma con un
tasso inferiore, dopo letà della menopausa. In provincia di Varese,
ad esempio, prima della menopausa lincidenza passa da 0.5 per 100 000
donne per anno alletà di 20 anni, a 15 per 100 000 donne-anno alletà
di 30 anni a 90 a 40 anni. Dopo la menopausa invece lincidenza cresce
da 200 a 50 anni, a 225 a 60 anni, a 300 per 100 000 a 70 anni. La figura 1
illustra landamento dei tassi specifici per età del CM in tre quinquenni
successivi: si noti come lincidenza abbia smesso di crescere nelle età
giovani ma continui a crescere dopo letà menopausale. La pendenza
della curva dincidenza dopo la menopausa è più o meno pronunciata
in differenti popolazioni: a Varese ad esempio la curva è praticamente
piatta per le donne immigrate dal Sud mentre è molto marcata nelle lombarde.
Queste differenze dipendono in grande parte dalla evoluzione temporale dellincidenza:
là dove la curva è piatta o addirittura, come in Giappone, diminuisce
con letà, lincidenza del CM è in rapido aumento in
successive coorti generazionali. Correggendo per leffetto coorte la forma
della curva di incidenza diventa simile in tutte le popolazioni. È verosimile
che, alla menopausa, il cambiamento drammatico che si verifica nellambiente
ormonale, caratterizzato particolarmente dalla cessazione della produzione ovarica
di estrogeni e di progesterone, riduca la suscettibilità di trasformazione
maligna delle cellule dellepitelio mammario, o più probabilmente
la promozione o la progressione di tumori già iniziati. Ciò è
confermato dalla ripetuta osservazione che quanto più precoce è
la menopausa, naturale o iatrogena, tanto minore è il rischio di CM.
Approssimativamente una donna che ha avuto una menopausa a 45 anni
ha un rischio di CM che è solo la metà rispetto ad una menopausa
a 55 anni.
Fig. 1. Andamento dei tassi specifici per età del CM in tre
quinquenni successivi.
Landamento temporale dellincidenza specifica
per età suggerisce che il Paese sia attraversato da importanti fenomeni
generazionali. Analisi per coorte di nascita mostrano che il rischio di CM è
cresciuto dalle generazioni nate allinizio del secolo fino a quelle nate
negli anni 30-40. Una certa riduzione di rischio nelle generazioni più
recenti è stata segnalata in varie altre popolazioni occidentali,
ma è molto confuso dallaumento artificiale dellincidenza
legato alla precocizzazione della diagnosi conseguente ai programmi di screening.
La sopravvivenza relativa (eliminata la mortalità dovuta a cause diverse
dal CM) delle pazienti con CM è stata stimata in base ai dati dei registri
tumori italiani. La sopravvivenza relativa a 5 anni è passata dal 65%
per i casi diagnosticati alla fine degli anni 70 al 75% per i casi diagnosticati
alla fine degli anni 80; in questultimo periodo studiato, la sopravvivenza
a 1, 3, 5, 8 e 10 anni dalla diagnosi è stata, rispettivamente, 95, 84,
75, 68, e 64% (Tab. 1). Le cause del CM non sono ben conosciute. Le radiazioni
ionizzanti possono causare il CM ma il rischio pare contenuto allesposizione
in età infantile e giovanile. In sistemi sperimentali il CM è
causato da virus o da sostanze chimiche quali idrocarburi aromatici policiclici,
N-nitroso-composti e ammine eterocicliche, ma si hanno ben poche indicazioni
empiriche di quanto potrebbero esser rilevanti cause virali o chimiche nelluomo.
Vi sono comunque studi che segnalano eccessi di tumori mammari nelle lavoratrici
dellindustria chimica, farmacologica e cosmetica e nelle operatrici dei
laboratori di ricerca agronomica e biologica.
| TAB. 1 - Percentuale di sopravvivenza relativa delle pazienti con carcinoma mammario registrate dai registri tumori italiani e diagnosticate negli anni | |||
| 1978-81 | 1982-85 | 1986-89 | |
| A 1 anno dalla diagnosi | 93 | 94 | 95 |
| A 3 anni dalla diagnosi | 77 | 81 | 84 |
| A 5 anni dalla diagnosi | 65 | 71 | 75 |
| A 8 anni dalla diagnosi | 55 | 62 | 68 |
| A 10 anni dalla diagnosi | 52 | 58 | 64 |
Il CM è fino ad 8-10 volte più frequente
nelle popolazioni occidentali ricche rispetto alle aree più povere del
terzo mondo o del Giappone rurale. In generale è più frequente
nelle popolazioni urbane che in quelle rurali e nelle classi sociali culturalmente
o economicamente più favorite. Gli studi sulle popolazioni emigrate da
paesi a basso rischio verso i paesi ad alto rischio indicano che le cause delle
differenze internazionali sono da ricercare in fattori ambientali, intesi nel
senso più ampio di ambiente fisico e culturale. Lesistenza di determinanti
genetici del CM, daltro canto, è ben documentata: probabilmente
il 5% circa dei CM insorge in donne che hanno ereditato una mutazione che ne
determina un rischio molto alto. Frequentemente, in queste famiglie, il CM compare
in giovane età e bilateralmente. Se si escludono questi raggruppamenti
familiari, però, lesistenza di un rischio significativo nei familiari
di primo grado non è dimostrata. Bisogna tenere presente che per spiegare
differenze internazionali di incidenza dellordine di 8-10 volte occorrerebbe
identificare un fattore di rischio, o un complesso di fattori, tale per cui
le donne affette hanno un rischio di oltre 10 volte rispetto a quelle non affette
da tali fattori; dovrebbe trattarsi inoltre di fattori di oltre 10 volte più
frequenti nei Paesi ad alto rischio rispetto a quelli a basso rischio. Fino
a poco tempo fa la conoscenza sui fattori di rischio di CM non consentiva né
di spiegare le grandi differenze internazionali della malattia, né di
identificare, nei nostri Paesi ad alta incidenza un sottogruppo di popolazione
sufficientemente piccolo in cui si concentrasse la maggior parte dei casi e
per cui fosse conveniente limitare o intensificare lattenzione alla diagnosi
precoce. Si trattava infatti di fattori associati al più con un rischio
relativo dellordine di due. Dopo la pubblicazione dei primi risultati
dei grandi studi prospettici con banca biologica i determinanti ormonali del
rischio di CM sono molto più chiari, almeno per il CM postmenopausale.
Si tratta di studi che seguono nel tempo decine di migliaia di donne sane volontarie
di cui si dispone di campioni di sangue, conservato a bassa temperatura, in
cui possono essere misurati i livelli ormonali esistenti prima della malattia.
Questi studi hanno dimostrato che il CM postmenopausale è preceduto da
alti livelli di ormoni sessuali, androgeni ed estrogeni e, specialmente, della
loro frazione biodisponibile, cioè della frazione non legata alla proteina
che ne
regola la disponibilità (la SHBG): le donne con valori di testosterone
e/o di estradiolo nel terzo o nel quarto superiore della distribuzione hanno
un rischio di ammalarsi 3-7 volte superiore rispetto a quelle che si trovano
sotto il terzile o il quartile inferiore (Tab. 2).
| TAB. 2 - Rischio di carcinoma mammario in rapporto alla bio-disponibilità degli ormoni sessuali | ||||
| Testosterone | Estradiolo | Ormoni liberi | SHBG | |
| Toniolo, 1996-97 | 2.7 | 2.3 | 5.0 | 0.1 |
| Berrino, 1996 | 7.0 | 5.5 | 5.7 | 0.3 |
| Dorgan, 1997 | 6.2 | 2.7 | 5.2 | 1.1 |
| Thomas, 1997 | 5.0 | 0.3 | ||
| Hankinson, 1998 | 1.8 | 2.4 | 2.0 | |
| Cauley, 1999 | 3.6 | 2.9 | 3.6 | 0.5 |
Trattandosi di rischi calcolati sulla base di ununica determinazione ormonale nel corso della vita si tratta probabilmente di grossolane sottostime. I rischi veri potrebbero essere dellordine di l0. Prima della menopausa la situazione è molto meno chiara, e nessuno dei grandi studi prospettici ha finora prodotto risultati che documentino convincentemente unassociazione con i livelli ormonali, forse a causa della molto maggiore variabilità intraindividuale in età preme-nopausale. Prima della menopausa, però, tre studi prospettici hanno evidenziato un ruolo predittivo dei valori sierici di IGF-I totale e libero. Quasi tutti i fattori di rischio noti per il CM (Tab. 3) sono coerenti con un meccanismo ormonale, mediato principalmente dagli ormoni sessuali, androgeni ed estrogeni, ma anche dallinsulina e da altri fattori di crescita.
| TAB. 3 - Fattori di rischio per il carcinoma mammario | |
| A) | INDICATORI DEMOGRAFICI E SOCIOLOGICI Età Popolazioni occidentali ricche Classi socio-culturali agiate Migrazione in Paesi ricchi in età prepubere o puberale |
| B) | FATTORI COSTITUZIONALI, FISIOLOGICI E RIPRODUTTIVI Famiglie ad alto rischio Elevato peso alla nascita Menarca precoce Statura elevata Nulliparità* Primigravidanza tardiva Età ai figli successivi Mancanza di latte o allattamento breve Età alla menopausa Obesità o sovrappeso in menopausa Elevati livelli sierici di testosterone e di estradiolo e bassi li-velli di SHBG (in menopausa) |
| C) | FATTORI AMBIENTALI Radiazioni ionizzanti (specie in età prepubere o puberale) Terapie ormonali per la menopausa Contraccettivi orali Dieta ricca (specie in età prepubere o puberale) Scarsa attività fisica (specie in età giovane) Consumo di alcool Dieta povera di frutta e verdura Dieta povera di fitoestrogeni |
| * la gravidanza aumenta il rischio per alcuni anni ma poi prevale leffetto preventivo | |
Lassociazione con il peso alla nascita e con letà
della madre alla nascita suggerisce che sia già rilevante lesposizione
prenatale allinsulina e, rispettivamente, agli estrogeni. Il maggior rischio
delle donne che non sono state allattate è stato interpretato come conseguente
a una minore soglia di sensibilità dei tessuti ai fattori di crescita.
Lassociazione con una dieta ricca nellinfanzia e nelladolescenza,
con la sedentarietà, con laltezza corporea, con il menarca precoce,
puntano anchessi a meccanismi ormonali, mediati dallalimentazione.
In Italia limportanza dello stile di vita e dellalimentazione in
età infantile ed adolescenziale è suggerita dallosservazione
che le donne del Sud emigrate al Nord conservano un minor rischio di CM se emigrate
da adulte mentre hanno un rischio simile alle coetanee del Nord se emigrate
da bambine. Il numero, lesito e letà della donna alla gravidanza
sono stati, insieme allallattamento, i fattori di rischio più studiati
negli ultimi 30 anni, e i più controversi. Oggi si sa che la gravidanza
aumenta lievemente il rischio di CM negli anni immediatamente successivi per
poi conferire una certa protezione, tanto maggiore quanto più precoce,
con un bilancio complessivamente positivo ma quantitativamente modesto. Si era
sospettato che le interruzioni di gravidanza comportassero un aumento di rischio,
per lesposizione agli stimoli ormonali proliferativi dei primi mesi della
gravidanza non accompagnati dagli stimoli differenziativi degli ultimi mesi,
ma gli studi prospettici non evidenziano nessuna associazione. I contraccettivi
orali comportano un modesto aumento di rischio (come la gravidanza) che scompare
poi entro 10 anni dallinterruzione (rimane invece il beneficio, più
consistente, della riduzione dei tumori dellovaio e dellendometrio).
Letà alla menopausa, naturale o artificiale, è un fattore
di rischio costantemente riscontrato in tutti gli studi. La forma stessa della
curva di incidenza specifica per età del CM documenta limportanza
degli ormoni ovarici. Dopo la menopausa le donne in sovrappeso, che hanno livelli
ematici più alti di ormoni sessuali, hanno un rischio maggiore, così
come le donne che assumono farmaci estrogenici o estroprogestinici. Il ruolo
della dieta, in particolare una dieta ricca di grassi e di grassi saturi, è
un altro argomento oggetto di grandi controversie. Nato con la segnalazione
di una forte correlazione geografica internazionale fra consumi pro-capite di
grassi e tassi di mortalità per CM lipotesi dieta è stata
esaminata in decine di studi analitici. Gli studi casi-controlli hanno dato
risultati contrastanti ma gli studi prospettici tendono a suggerire lassenza
di associazione o associazioni molto modeste fra consumo di grassi e CM. Nessuna
relazione fra lincidenza di oltre 1500 casi di CM ed il consumo di grassi,
ad esempio, è stata osservata nel follow-up di 98 000 infermiere americane
di cui era stato valutato il consumo alimentare. Anche gli studi che suggeriscono
una protezione da alimenti vegetali, in particolare da alimenti ricchi di fibre
e da alimenti a base di soia, e da pesce non possono essere considerati conclusivi.
Vi è invece una maggiore coerenza fra gli studi che segnalano una modesta
associazione del CM con il consumo di bevande alcoliche: il beneficio cardiovascolare
del consumo di una modesta quantità di alcool (corrispondente a 2-3 bicchieri
di vino al giorno) scompare per quantità superiori, mentre compare un
eccesso di CM. Questi aspetti contraddittori sono attualmente affrontati nei
nuovi studi prospettici in corso in nove paesi europei nel quadro del progetto
EPIC, che includono popolazioni con tradizioni alimentari molto diverse e in
cui lanamnesi alimentare viene integrata da indicatori biochimici. Una
teoria emergente su alimentazione e CM, verso la quale convergono i risultati
di numerosi studi sperimentali ed epidemiologici, ipotizza che il CM potrebbe
essere prevenuto da una dieta che da un lato riduca la resistenza insulinica
e dallaltro garantisca un apporto elevato di fitoestrogeni (sostanze vegetali
non steroidee debolmente estrogeniche, prevalentemente isoflavonoidi e lignani).
Due studi sperimentali, gli studi Diana (Dieta e Androgeni) condotti dallIstituto
Nazionale Tumori di Milano, hanno mostrato che è possibile ridurre consistentemente
il livello di ormoni sessuali e di IGF-I biodisponibili nelle donne postmenopausali
con una dieta basata su ingredienti della tradizione mediterranea e macrobiotica.
La selezione degli alimenti costituenti la dieta Diana è avvenuta in
funzione dellaumentare gli alimenti ricchi di fitoestrogeni e di fattori
di sensibilità insulinica (alimenti tradizionali a base di soia, legumi,
cereali integrali, semi di lino, alghe, noci, frutti di bosco, crucifere, altri
alimenti ricchi di fibre e di acidi grassi n-3), di ridurre gli alimenti ad
alto indice glicemico (zucchero, dolci e farine raffinate) e di contenere il
consumo di grassi (saturi e n-6) e di alimenti di provenienza animale. I meccanismi
fisiopatologici alla base dellipotesi che questa dieta possa prevenire
il CM includono lazione antiormonale dei fitoestrogeni (che competono
con gli ormoni sessuali per i recettori, inibiscono alcuni enzimi chiave della
sintesi di androgeni ed estrogeni, quali 17-b-idrossisteroidedeidrogenasi e
aromatasi, modificano il metabolismo dellestradiolo verso forme meno estrogeniche,
quali i catecoloestrogeni, e stimolano la sintesi della SHBG), il controllo
insulinico della sintesi delle proteine che regolano la disponibilità
degli ormoni sessuali e dei fattori di crescita (linsulina inibisce la
sintesi di SHBG e IGF-BP-1, e inoltre stimola la produzione ovarica e surrenalica
di androgeni), la regolazione nutrizionale dellormone della crescita (stimolato
in particolare dalle proteine animali), la relazione dellobesità
addominale con la resistenza insulinica e con lattività androgenica,
linibizione degli n-3 sulla crescita tumorale e la progressione metastatica.
La compliance è stata superiore al 90% nei due studi e le partecipanti
hanno seguito con interesse e gradimento sia le lezioni che i corsi di cucina
studiati appositamente per fornire elementi utili sia alla preparazione degli
alimenti che ai loro abbinamenti. Inoltre sono state fornite informazioni specifiche
per specifiche problematiche di tipo clinico emerse durante il periodo di studio.
La durata è stata di 4.5 mesi per il primo e di 12 mesi per il secondo
studio. Per valutare il mantenimento nel tempo dei risultati ottenuti alla fine
del periodo di intervento tutte le signore sono state sottoposte, a un anno
di distanza, a controlli ematici e antropometrici. I risultati a 1anno hanno
evidenziato un fallimento nel mantenimento a lungo termine dei benefici ottenuti
al temine dello studio sia per quanto riguarda il peso corporeo che per quanto
riguarda i livelli degli ormoni sessuali. Questa difficoltà di mantenimento
nel tempo di un certo regime alimentare viene daltro canto evidenziata
molto bene dagli studi di intervento nei soggetti obesi. Si nota infatti che
la compliance viene mantenuta finché si mantiene attivo il contatto con
il soggetto e si utilizzano programmi di incontro psico-educazionale mirati
alla rieducazione alimentare del soggetto considerato come unità
psico-sociale. Il presupposto è che si instauri una relazione terapeutica
che aiuti il soggetto ad affrontare le difficoltà che emergono nei suoi
contesti relazionali a seguito del cambiamento di stile alimentare. È
evidente che in tale ottica lobiettivo primario si identifica con il miglioramento
dellautostima e con linterruzione del senso di colpa piuttosto che
con la perdita di peso e la restrizione dietetica di per sé.
La triade contatto professionale continuo, incontri psico-educazionali e relazione
terapeutica può, quindi, prevenire la caduta di compliance negli studi
di cambiamento dello stile di vita. I risultati degli studi sul rischio oncologico
della terapia ormonale sostitutiva in menopausa (TOS) sono spesso riferiti come
incoerenti: a fronte di studi che evidenziano un rischio aumentato di carcinoma
mammario ve ne sono altri negativi e altri che addirittura indicherebbero una
riduzione di incidenza. Classificando gli studi in base a parametri di validità
epidemiologica è ben chiaro, tuttavia, che gli studi migliori sono quelli
che documentano un aumento di rischio legato al trattamento, dellordine
del 2- 3% per anno. Si tratta dei grandi studi prospettici, in cui linformazione
sul trattamento è raccolta prima dellinsorgenza della malattia,
e gli studi casi-controlli di popolazione, in cui la storia dei casi di tumore
è confrontata con quella di un campione della popolazione in cui questi
casi si sono verificati. La TOS non è prescritta soltanto per lenire
il complesso di sintomi che accompagnano il passaggio menopausale, bensì
anche per prevenire le malattie cardiovascolari, in particolare linfarto
del miocardio, e losteoporosi. Lefficacia della TOS per contrastare
il disagio della sindrome menopausale è ben documentata. Per quanto riguarda
invece luso della TOS a lungo termine a scopo preventivo, la pretesa superiorità
del numero di vite salvate grazie alla prevenzione di eventi cardiovascolari
rispetto al numero di decessi per cancro conseguenti al trattamento è
semplicemente un errore di valutazione, dipendente dal non aver preso in considerazione,
nei calcoli rischi/benefici, dellevoluzione temporale di queste patologie.
Linfarto del miocardio, infatti, sta diminuendo in tutti i paesi occidentali
mentre i tumori della mammella in molti paesi stanno ancora aumentando. Nei
paesi mediterranei, in particolare, dove la popolazione ha un modesto rischio
cardiovascolare, una riduzione anche del 50% della mortalità per infarto
non bilancerebbe un aumento del 30% della mortalità per carcinoma mammario.
Anche la questione della prevenzione delle fratture osteoporotiche è
problematica, perché una prevenzione significativa sarebbe raggiungibile
solo con trattamenti molto prolungati, praticamente per tutta la vita, che comporterebbero
un rischio oncologico elevato. La perdita ossea fisiologica, infatti, è
impedita fino a quando il trattamento è continuato, ma riprende quando
la TOS viene interrotta. Praticamente tutte le valutazioni epidemiologiche sul
rischio cardiovascolare e oncologico della TOS si riferiscono al trattamento
per via orale. La via di somministrazione è rilevante per gli effetti
a lungo termine della TOS a causa della diversa influenza della via enterale
e della via parenterale sul metabolismo epatico. È probabile infatti
che il beneficio cardiovascolare della TOS per via orale sia mediato, almeno
in parte, dallaumento della produzione di colesterolo HDL. Gli estrogeni
per via orale, inoltre, inducono un aumento della sintesi epatica della SHBG
ed una diminuzione della sintesi epatica del-lIGF- I. La via transcutanea
non ha questi effetti epatici potenzialmente preventivi: non determina né
aumento della SHBG, né delle HDL, né riduzione dellIGF-I.
Potrebbe quindi non avere i benefici cardiovascolari documentati per la via
orale e potrebbe comportare un più marcato rischio oncologico. In conclusione,
per prevenire il CM si possono dare solo poche indicazioni pratiche:
innanzi tutto evitare esami radiologici non indispensabili nelle bambine,
in particolare esami ripetuti della colonna vertebrale;
in secondo luogo limitare nelle dosi e nel tempo il trattamento ormonale
in menopausa, che è giustificato prescrivere solo per ragioni cliniche
legate ai disturbi della menopausa, e solo eccezionalmente per
ragioni preventive;
in terzo luogo raccomandare attività fisica e uno spostamento
della dieta verso alimenti vegetali poco raffinati (riducendo zuccheri e cereali
raffinati, grassi raffinati e bevande alcoliche).
Lutilizzo dei dati statistici ed epidemiologici allinterno
del rapporto medico-paziente deve avvenire con grande cautela. Di solito non
si rivela utile come elemento di rassicurazione a meno che non venga richiesto
dalla paziente stessa. Di fronte ai dati di incidenza, di recidive e/o di mortalità
la paziente tende naturalmente a collocarsi nelle fasce negative. Informazione:
doveri degli specialisti. Nella duplice posizione di analisi dei fattori eziologici
e di valutazione di nuove tecnologie lepidemiologo deve procedere con
estrema cautela in particolare nella comunicazione con i mass media e con le
fonti dinformazione di facile accessibilità per la popolazione
generale. La trasparenza delle procedure di valutazione è presupposto
di facilitazione decisionale dellutenza finale.
Diritti delle donne. Alla comunicazione sui possibili fattori di rischio e/
o di prevenzione derivanti dalle conoscenze scientifiche. Alla trasparenza delle
valutazioni delle attuali procedure diagnostiche, comprendendo anche la comunicazione
dei limiti di queste. Allinformazione sulle nuove tecnologie basata su
dati comprensibili e valutabili.