ANATOMIA PATOLOGICA

Esame istologico intraoperatorio

L’esame istologico intraoperatorio al congelatore (biopsia intraoperatoria al congelatore = BIC) è discretamente impiegato in Italia, anche se con variazioni geografiche, in analogia ad altri paesi europei mediterranei, ed a differenza di paesi nordeuropei o americani dove in alternativa la diagnosi che precede l’atto chirurgico terapeutico vero è proprio si basa rispettivamente sulla citologia, sulla biopsia percutanea nota come “core biopsy” (CB) a prescindere dal tipo di strumentazione usato (ad es. ago tranciante a scatto tipo “tru-cut”, aspirazione automatica tipo Mammotome, sistema ABBI) o sulla biopsia chirurgica in due tempi.
Alla BIC in genere è richiesta la diagnosi di natura, in particolare la conferma di carcinoma in situ o invasivo per procedere alla terapia che solo nel secondo caso prevede lo svuotamento ascellare o la biopsia del linfonodo sentinella. In casi particolari può essere richiesta la BIC per la valutazione intraoperatoria dei margini di resezione qualora, in casi di intervento di tipo conservativo, l’esame macroscopico del frammento escisso evidenzi la neoplasia in vicinanza di un margine di sezione.
L’esecuzione della BIC con l’intento di cui sopra espone ad una serie di inconvenienti:
– costi elevati, intrinseci ai costi dell’esame istologico e conseguenti ai tempi relativi alla manipolazione del campione che costringono all’attesa tutta o parte dell’équipe operatoria;
– allungamento dei tempi di intervento con occupazione del letto operatorio e, in molti contesti operativi, conseguente allungamento delle liste di attesa che dipendono dalla scarsità di spazi operatori;
– allungamento dei tempi di anestesia che vanno da 15 minuti nei casi più favorevoli, ove mammografo (nei casi di lesione non palpabile) e microtomo sono disponibili nelle adiacenze della sala, a oltre 45’nei casi in cui le procedure sul pezzo operatorio avvengano in sedi distanti dalla sala;
– minore affidabilità diagnostica della BIC, conseguente: alla “leggibilità” intrinseca del preparato, rispetto all’esame definitivo dopo inclusione e alla necessità di limitare l’esame del pezzo ad una/poche sezioni per rispettare i tempi di anestesia, mancando spesso la possibilità, in casi dubbi, di analizzare altre sezioni. Questo comporta in alcuni casi che il patologo non se la senta di fornire una diagnosi affidabile ravvisando caratteristiche borderline che necessitano uno studio più 141
I tumori della mammella approfondito, rimandando il tutto all’esame definitivo. In particolare i quadri patologici che comportano maggiori difficoltà interpretative nella BIC sono rappresentati da: lesioni papillari benigne versus carcinoma papillare; lesioni iperplastiche atipiche duttali e/o lobulari versus carcinoma in situ; carcinoma in situ versus carcinoma microinvasivo; lesioni sclerosanti versus carcinoma invasivo; tumore mesenchimale benigno versus maligno
– minore affidabilità diagnostica della BIC, legata comunque al fatto che si tratta di un esame parziale del pezzo operatorio e quindi, per il limitato campionamento, non consente di escludere con certezza l’eventuale presenza di patologia più grave: è il caso tipico del carcinoma in situ diagnosticato alla BIC che risulta microinvasivo/invasivo all’esame istologico definitivo;
– difficoltà oggettiva al reperimento di lesioni non palpabili, specie quando la lesione non sia stata localizzata, mediante filo metallico o carbone, con grande precisione, e non sia perfettamente riconoscibile nella radiografia del pezzo operatorio come nel caso di opacità sfumate o distorsioni. In riferimento alla patologia non palpabile esistono linee guida a livello nazionale ed europeo che raccomandano di non effettuare la BIC in lesioni di diametro inferiore a 10 mm.
In alternativa alla BIC in molti paesi (Nord Europa) si tende a considerare sufficientemente diagnostico un esame citologico positivo per cellule da carcinoma, ed in base a questo si procede all’atto chirurgico terapeutico. Questo ovviamente consegue alla verifica che il valore predittivo positivo di un esame citologico positivo, o di un esame citologico sospetto in associazione ad un quadro clinico/strumentale fortemente suggestivo di carcinoma, sia di fatto molto elevato (> 99%), dell’ordine cioè del tasso di errore che può verificarsi anche con la BIC. In altri contesti (Nord America): la massima precauzionalità al fine di evitare contestazioni medico legali, la scarsa diffusione della citologia (anche questa legata a considerazioni di sicurezza rispetto a contestazioni medicolegali)
e considerazioni relative ai costi, hanno favorito la metodologia in due tempi (“two step procedure”) ove l’atto diagnostico che precede di giorni quello terapeutico consiste in una biopsia della lesione primitiva (escissionale o incisionale), per lo più ambulatoriale o in day hospital, seguita da una diagnosi istologica su pezzo incluso. In Italia questo procedura non ha avuto molto successo:
– per la scarsa propensione dei chirurghi alle pratiche operatorie ambulatoriali;
– per la scarsa propensione dei chirurghi alla frammentazione delle pratiche operatorie in due tempi;
– per l’oggettiva difficoltà tecnica ad organizzare una biopsia ambulatoriale o in day hospital in modo efficiente (mancanza di medicherie attrezzate nelle adiacenze della sala operatoria, etc.);
– per l’oggettiva difficoltà tecnica di poter ottenere in tempi brevi (1-2 giorni) una diagnosi istologica definitiva su incluso.
Riassumendo, la pratica della BIC si sta progressivamente ridimensionando: essa è vissuta con un certo fastidio ed impazienza dal chirurgo e dal patologo; pur avendo livelli di accuratezza elevati quando si fa riferimento a lesioni di diametro uguale o superiore ad un centimetro (falsi positivi intorno allo 0.03-0.1% e falsi negativi che vanno dallo 0.5 all’1%) non è comunque possibile eliminare i casi di falsa positività e di falsa negatività per le problematiche di diagnosi differenziale sopra riportate; ha dei costi estremamente elevati; comporta comunque un disagio alla paziente. Il superamento di tale situazione può concretizzarsi in diverse scelte:
– realizzazione di una diagnostica citologica di buona qualità e di predittività accettabile con eliminazione della BIC (al fine della diagnosi di natura della lesione primitiva) per quei casi con citologia positiva e con quadro clinico/strumentale che escluda (opacità di massa, specie se sfrangiata) un carcinoma in situ (più tipicamente caratterizzato da microcalcificazioni, isolate o associate a opacità sfumata). Esisteranno comunque resistenze a tale prassi, sostenute dal fatto che una citologia non può provare l’invasività della neoplasia e che un certo numero di casi falsi negativi non potranno comunque giovarsi di tale scelta;
– realizzazione di un contesto operativo che consenta la procedura in due tempi in modo efficiente. Nonostante in alcune sedi italiane la pratica di biopsie ambulatoriali si sia diffusa con buoni risultati, questo si applica soprattutto a casi in cui vi sia una buona previsione di benignità. L’eventualità di una escissione non “radicale” di un carcinoma, seguita dopo un certo tempo dall’intervento terapeutico definitivo, è vista con un certo disagio da molti chirurghi, anche se esiste evidenza abbastanza convincente che sul piano prognostico tale procedura non sia inferiore alla soluzione unica;
– acquisizione di una diagnosi istologica preoperatoria mediante una biopsia percutanea ambulatoriale nota come “core biopsy” (CB).

Core biopsy

La biopsia percutanea nota come “core biopsy” (CB), a prescindere dal tipo di strumentazione usato per la sua esecuzione (ago tranciante a scatto tipo “tru cut”, aspirazione automatica tipo Mammotome, sistema ABBI) è una pratica diagnostica ormai validata da alcuni anni. Si può eseguire indifferentemente su lesioni palpabili (a mano libera o sotto guida ecografica) o non palpabili (sotto guida stereotassica o ecografica), ha costi relativamente bassi, anche se decisamente superiori alla citologia, ed è una pratica ambulatoriale semplice (10’-15’), consente una diagnosi istologica affidabile, salvo che per il limitato campionamento.
In un contesto nel quale si desideri una diagnosi istologica preoperatoria di malignità “in situ” o invasiva prima di adire al trattamento, il diagnosta, nel momento in cui evidenzia una lesione sospetta per neoplasia e che necessita una conferma istologica, anziché inviare la paziente al chirurgo, o eseguire un prelievo citologico, può eseguire una CB. Questo consente, nei tempi necessari per acquisire una diagnosi istologica, di avere una diagnosi istologica di malignità “in situ” o invasiva per lo meno nel 95% dei carcinomi palpabili e nel 90% di quelli non palpabili (restano dei casi dubbi per malignità che sono rappresentati dall’iperplasia epiteliale atipica duttale e/o lobulare, dalle lesioni papillari, dal tumore fillode e dalla radial scar o lesione scleroelastosica).
È indubbio che chi usa la CB deve essere consapevole dei suoi limiti: quelli legati alla “parzialità” del campione (mancata diagnosi di focolai di DCIS associato a eventuale presenza di iperplasia atipica o di focolaio di carcinoma microinvasivo/invasivo associato a DCIS), difficoltà diagnostiche in lesioni complesse che richiedono una valutazione istologica della lesione nel suo insieme (ad es. radial scar e lesioni sclerosanti in generale); limiti che si ritrovano quasi invariati sia in riferimento alla BIC sia per quanto riguarda la CB.
Problemi, soprattutto nei casi di prelievi multipli alla CB particolarmente numerosi come raccomandato dalla letteratura americana, possono essere rappresentati sia dal dislocamento di cellule epiteliali lungo il tragitto dell’ago che determinano aspetti di pseudoinfiltrazione sia dalle possibili alterazioni architetturali soprattutto nel caso di lesioni piccole. Queste alterazioni possono talora rendere particolarmente difficoltosa la diagnosi istologica sul materiale di escissione chirurgica. In altri casi, qualora sia stato effettuato un numero elevato di passaggi, si può verificare l’asportazione completa della lesione mediante CB.
I vantaggi della CB rispetto all’esame citologico sono rappresentati come già sottolineato dalla possibilità di effettuare in fase preoperatoria una diagnosi di carcinoma invasivo o di carcinoma in situ, possibilità di valutare istotipo e grading istologico, possibilità di caratterizzazione biologica preoperatoria della lesione su frammenti tissutali.
In riferimento alla refertazione della CB il sistema in uso nei paesi anglosassoni (Guidelines for non-operative diagnostic procedure and reporting in breast cancer screening, NHSBSP Publication; in stampa) prevede 5 categorie suddivise come di seguito.

B1 tessuto normale

Questo può indicare che la lesione non è stata correttamente
campionata ma non necessariamente: in caso di certe lesioni benigne quali per es. l’amartoma od il lipoma possono essere compatibili con un quadro di tessuto normale alla CB. Si sottolinea a questo proposito che la diagnosi di “prelievo inadeguato” dovrebbe scaturire da una discussione collegiale con il radiologo e non semplicemente sulla base del quadro istologico.

B2 lesione benigna

Questa categoria include il fibroadenoma, i molteplici quadri della malattia fibrocistica, l’adenosi sclerosante, l’ectasia duttale ed i processi infiammatori quali la liponecrosi e l’ascesso.

B3 lesione a potenziale di malignità incerto

Sono compresi in questa categoria quadri patologici quali l’iperplasia epiteliale duttale e/o lobulare atipica, la neoplasia lobulare in situ o carcinoma lobulare in situ, le lesioni papillari, la radial scar ed il tumore fillode. La diagnosi di radial scar o lesione scleroelastosica va nella categoria B3 poiché non si può escludere, per la limitatezza del campionamento, la presenza di eventuali aree associate di carcinoma in situ o di carcinoma invasivo.

B4 lesione sospetta

In questa categoria sono compresi quei quadri in cui la diagnosi istologica definitiva di carcinoma in situ o invasivo non può essere posta con certezza o per problemi prevalentemente di tipo tecnico o per es. quando sono presenti cellule apparentemente neoplastiche nel contesto di un coagulo di sangue.

B5 lesione neoplastica maligna

Comprende i casi di carcinoma in situ e di carcinoma invasivo.
La diagnosi di carcinoma in situ nella CB non esclude la presenza di carcinoma invasivo per la limitatezza del campionamento.
Raccomandazioni particolari nei casi in cui si effettui una CB:
– la scelta di un intervento chirurgico definitivo non può essere effettuata sulla base delle categorie diagnostiche B3 e B4;
– in caso di microcalcificazioni presenti nella radiografia dei frustoli (tenere presente che il limite di risoluzione della radiografia è 100 micron) ne va refertata la presenza o assenza nelle sezioni istologiche. La radiografia dei frustoli bioptici viene effettuata dal radiologo, al momento del prelievo, nei casi di CB su area di microcalcificazioni;
– la diagnosi di iperplasia atipica nella CB rappresenta un’indicazione all’intervento chirurgico poiché si tratta spesso di un prelievo marginale di un carcinoma in situ o in alcuni casi di un carcinoma invasivo.

Esame anatomopatologico

Invio del materiale di exeresi chirurgica al laboratorio di anatomia patologica Il chirurgo deve fornire una descrizione dettagliata del tipo di intervento e del materiale che viene inviato al Laboratorio di Anatomia Patologica. È opportuna la circostanza per ribadire il principio che solo al patologo spetta il compito di trattare il pezzo operatorio asportato. Il materiale deve essere inviato nel più breve tempo possibile, senza fissativo, al Laboratorio di Anatomia Patologica. Qualora questo non sia possibile, il materiale da inviare al patologo dovrà essere fissato in formalina neutra tamponata (pH intorno a 7) al 10%.
Nel caso di lesione non palpabile è necessario allegare sempre le radiografie, in due proiezioni, del pezzo operatorio per facilitarne l’orientamento e guidarne il campionamento.
Metodologie per lo studio anatomopatologico del materiale di exeresi chirurgica Lo studio anatomopatologico del materiale di exeresi chirurgica inviato al Laboratorio di Anatomia Patologica (staging patologico) ha valore determinante ai fini della accuratezza diagnostica, dell’impostazione della terapia, della valutazione prognostica e, infine, della verifica dei risultati. Sotto questo profilo si è delineato sempre più precisamente il “ruolo” del patologo come elemento coordinatore di tutte le indagini che servano a caratterizzare la neoplasia sia del punto di vista morfologico che da quello biologico.
Premessa indispensabile per una valutazione comparativa di gruppi di casi sia nell’ambito di un determinato Centro sia tra Centri diversi (ospedali, cliniche, istituti specialistici, ecc.) è l’adozione di procedure di esame uniformi, nonché l’uso di una terminologia standardizzata che corrisponda nei limiti del possibile a quella utilizzata dalla generalità delle istituzioni.
In riferimento al materiale che perviene al Laboratorio di Anatomia Patologica occorre distinguere se si tratti di:
1. materiale bioptico da:
– ago-biopsia;
– biopsia incisionale;
– biopsia escissionale;
2. materiale chirurgico proveniente da:
– ampia exeresi/ quadrantectomia;
– mastectomia sottocutanea;
– mastectomia totale o semplice;
– mastectomia totale con dissezione ascellare;
– mastectomia con asportazione di entrambi i muscoli pettorali.
Il patologo procederà alle seguenti operazioni:
– descrizione del numero di frammenti o frustoli inviati (per es. nel caso di agobiopsia);
– misurazione del campione inviato;
– sezione del materiale bioptico o chirurgico in fette di 3-5 mm di spessore corrispondente all’area più specificatamente sospetta;
– rilevamento delle caratteristiche della superficie di sezione;
– scelta del frammento per l’esame intraoperatorio, se richiesto;
– scelta dei frammenti tissutali per l’inclusione in paraffina; in caso di neoplasia, il prelievo deve comprendere il parenchina mammario adiacente (ove presente);
– completamento dell’esame del materiale chirurgico con registrazione di tutti i dati caratteristici, anche quelli riguardanti il parenchima mammario circostante.
Si fa presente che:
– in caso di agobiopsia, i frustoli di tessuto inviati vanno inclusi in toto;
– in caso di biopsia incisionale/escissionale od ampia exeresi, le lesioni piccole possono essere incluse “in toto” e, ove possibile, la singola sezione deve comprendere il parenchima mammario adiacente;
– le lesioni di maggiori dimensioni dovranno essere suddivise in almeno tre frammenti per tre blocchi di inclusioni;
– per quanto concerne il pezzo operatorio da mastecomia è preferibile che la mammella venga posta su un piano rigido (sughero, plastica) con punti di riferimento chiaramente indicati. Un punto di repere con filo colorato di sutura posto al bordo superiore dell’incisione cutanea, corrispondente alla linea passante verticalmente per il capezzolo, è essenziale per l’orientamento del materiale da mastectomia ed il riconoscimento dei vari quadranti. In caso di mastectomia semplice, porre un repere sul prolungamento ascellare; in caso di mastectomia sottocutanea porre almeno due reperi: uno sul prolungamento ascellare e uno sul capezzolo.
Seguono le fasi di prelievo dei blocchi di tessuto mammario per l’esame istologico secondo lo schema di uso convenzionale;
– i blocchi di tessuto non dovranno essere più spessi di 5 mm (sono considerati ottimali frammenti di 3-4 mm di spessore);
– la fissazione deve avvenire preferibilmente in formalina neutra tamponata al 10%;
– si procede all’inclusione in paraffina, ad effettuare sezioni microtomiche possibilmente di spessore non superiore ai 5 micron ed infine alla colorazione con ematossilina-eosina;
– altre colorazioni che si rendessero utili (es. immunoistochimica).
Per quanto riguarda il materiale proveniente dalla dissezione ascellare, il patologo provvederà alle seguenti operazioni:
– ricerca di tutti i linfonodi ascellari nel tessuto fibroadiposo del cavo ascellare fresco o in alternativa fissato per 24 ore in liquido di Bouin: ciò consentirà una più facile individuazione dei linfonodi, anche di dimensioni inferiori ad 1 mm;
– l’inclusione in paraffina dei linfonodi deve essere praticata dividendo in due metà quei linfonodi che hanno un diametro superiore a 5 mm, tenendone conto nella determinazione del numero totale di linfonodi esaminati.

Linfonodo sentinella: esame istologico

Affinché la procedura della biopsia del linfonodo sentinella possa davvero essere vantaggiosa nel trattamento delle pazienti con carcinoma mammario, è necessario che l’esame istologico dei linfonodi identificati come sentinella sia estremamente approfondito e la diagnosi particolarmente accurata. A tale scopo i linfonodi vanno esaminati nella loro completezza, mediante l’effettuazione di numerose sezioni seriate, ad intervalli compresi tra 50 e 200 micron. Ciò comporta l’allestimento e l’esame di un elevato numero di sezioni istologiche per ogni linfonodo, in relazione alle dimensioni dei linfonodi stessi. L’esame istologico può essere effettuato sui linfonodi fissati in formalina ed inclusi in paraffina, o in sede intraoperatoria su sezioni criostatiche. Nel primo caso, la biopsia del linfonodo sentinella può essere effettuata ambulatoriamente o in regime di day-surgery, e l’eventuale intervento di dissezione ascellare viene rinviato a dopo la formulazione della diagnosi istopatologica sul linfonodo biopsiato. L’esame del linfonodo sentinella in sede intraoperatoria consente invece di completare l’intervento chirurgico sulla neoplasia primitiva ed eventualmente sul cavo ascellare in un’unica seduta operatoria. Anche in questo caso, peraltro, il linfonodo deve essere esaminato nella sua completezza, mediante numerose sezioni seriate. Se si esamina infatti un ridotto numero di sezioni criostatiche di una sola metà del linfonodo, come nella prassi quotidiana degli esami intraoperatori per altre patologie, si corre il rischio di formulare diagnosi intraoperatorie falsamente negative in una percentuale di casi inaccettabilmente elevata (dal 15 al 30% ed oltre). Naturalmente la necessità di un esame particolarmente accurato del linfonodo sentinella si traduce in un notevole allungamento del tempo necessario per la formulazione della diagnosi intraoperatoria, che può richiedere anche più di 45 minuti per ogni linfonodo sentinella esaminato.
Il linfonodo sentinella viene normalmente tagliato a metà (se di spessore superiore a 0.5 cm) ed entrambe le metà vengono congelate (per la diagnosi intraoperatoria) o fissate
ed incluse in paraffina. In entrambi i casi, i linfonodi vengono esaminati mediante l’effettuazione di 15 coppie di sezioni, ad intervalli di 50 micron. Se rimane ancora tessuto da esaminare, si procede al taglio di ulteriori coppie di sezioni ad un intervallo di 100 micron, fino all’esaurimento del materiale. Una sezione per ogni coppia viene colorata con ematossilina-eosina, mentre l’altra sezione viene riservata all’analisi immunocitochimica per la localizzazione delle citocheratine, che può essere effettuata di routine o solo se esistono dubbi sulla natura di cellule sospette eventualmente identificate sulle corrispondenti sezioni colorate con ematossilina-eosina.
L’uso delle tecniche immunocitochimiche non rappresenta però un’alternativa alla necessità di effettuare numerose sezioni dell’intero linfonodo, perché non è evidentemente possibile identificare mediante l’immunocitochimica cellule metastatiche che non siano comprese nelle sezioni effettuate.

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