APPENDICE
Allegato 4. I farmaci per il dolore, le cure palliative e lassistenza domiciliare
Modalità duso dei farmaci analgesici secondo lOrganizzazione Mondiale della Sanità
Il protocollo terapeutico prevede lutilizzo di una scala farmacologica
sequenziale a tre gradini costituita da quattro classi di farmaci: gli antinfiammatori
non steroidei (NSAID), gli oppioidi deboli e forti e gli adiuvanti. Gli NSAID
e gli adiuvanti sono associabili agli oppioidi deboli e forti. Il passaggio
da un gradino allaltro avviene in base all intensità della
sintomatologia dolorosa e non alla prognosi di vita.
Il primo scalino OMS prevede luso degli NSAID in dosi ripetute nellarco
della giornata, ad orari prefissati e a piene dosi, prevenendo i possibili effetti
collaterali a livello gastrico.
Le indicazioni di massima sono riportate nella tabella 31.
TAB. 31
| Ac. acetilsalicilico Paracetamolo Indometacina Diclofenac Naproxene Diflunisal Ibuprofene Piroxicam Ketorolac |
300-600 mg ogni 4-6 ore 50-100 mg ogni 4-6 ore 50-100 mg ogni 4-6 ore 50-100 mg ogni 8-12 ore 250-500 mg ogni 8-12 ore 500-1000 mg ogni 8-12 ore 200-400 mg ogni 4-6 ore 20 mg ogni 24 ore 10-20 mg ogni 6-8 ore |
Gli NSAID si sono mostrati efficaci nel dolore causato dalla stimolazione delle
terminazioni nervose libere di fasce muscolari, tendini, membrane sierose e
periostio; nel dolore causato da distensione meccanica di sottocute, pleura
e peritoneo. La loro azione è ridotta nel dolore causato da lesioni di
grossi tronchi nervosi. Non sempre la loro efficacia si manifesta dopo una singola
dose, spesso sono necessari due o tre giorni di trattamento affinché
si verifichi una completa riduzione della produzione di prostaglandine. Gli
NSAID possono essere utilizzati per un periodo di tempo limitato (mediamente
da 3 a 5 settimane) per i loro effetti collaterali e per la loro dose tetto
oltre la quale un ulteriore incremento non provoca un corrispettivo miglioramento
della sintomatologia dolorosa. Utilizzati in associazione agli analgesici oppioidi
danno unanalgesia di tipo additivo. Quando il dolore permane nonostante
un corretto trattamento con gli NSAID è necessario utilizzare gli oppioidi
di potenza analgesica maggiore.
Il secondo scalino OMS prevede luso degli oppioidi deboli chiamati anche
agonisti parziali. Sono la codeina, lossicodone, la buprenorfina e il
destropropossifene e hanno come gli NSAID unefficacia analgesica limitata
(dose tetto): ogni ulteriore incremento della dose accentua solo gli effetti
collaterali.
La codeina viene usata in forma galenica a cialde. In genere si usano 60 mg
di codeina fosfato + 325 mg di acido acetilsalicilico (oppure paracetamolo)
+ 9 mg di caffeina per cialda. La dose minima consigliata è di una cialda
ogni 8 ore, la dose massima è di una cialda ogni 4 ore.
Oltre questo limite aumentano solo gli effetti collaterali e non il beneficio
analgesico: il tetto è intorno a 300-360 mg nelle 24 ore.
In commercio esiste codeina 30 mg + paracetamolo 500 mg. Lossicodone viene
usato in forma galenica in capsule o cialde contenenti 5 mg di ossicodone +
325 mg di paracetamolo. La dose minima è di 1 cps ogni 8 ore, la dose
massima è di 2 cps ogni 4 ore. È possibile aumentare il dosaggio
di ossicodone sino a 20 mg per capsula mantenendo invariato il dosaggio del
paracetamolo. Il destropropossifene è un analgesico sintetico che deriva
strutturalmente dal metadone. Viene usato in forma galenica ed esiste in commercio.
Ha una emivita plasmatica che va da 6 a 12 ore. Il tetto viene raggiunto
con dosi di 300 mg nelle 24 ore. Associato alla carbamazepina ne aumenta la
concentrazione plasmatica causando cefalea, vertigini, atassia, nausea, debolezza.
Interferisce con gli anticoagulanti. La dose è di 2 cps da 30 mg ogni
6 - 8 ore. Le fiale i.m. sono sconsigliate poiché possono creare necrosi
muscolare e sono molto dolorose. Il terzo gradino dellOMS prevede luso
degli agonisti puri (oppioidi forti), qualora il sollievo del dolore con farmaci
oppioidi parziali risultasse insufficiente anche ravvicinando le somministrazioni
ogni quattro ore. Con gli agonisti è possibile incrementare continuamente
il dosaggio sino alla massima dose tollerata.
La morfina può essere somministrata attraverso la via orale, sublinguale,
rettale, sottocutanea, spinale, intravenosa.
Viene prontamente assorbita. Lemivita plasmatica di una dose orale è
di circa 2-2.5 ore; quella di una dose parenterale è di circa 1.5 ore.
Il rapporto equianalgesico tra la via orale e la via parenterale è di
1/3, ma può variare da 1/2 a 1/9. La durata dellefficacia analgesica
varia da 3 a 5 ore. La morfina cloridrato viene escreta per via renale e pertanto
le pazienti che presentano una riduzione della clearance renale richiedono dosi
minori di oppioide per raggiungere lanalgesia. Nella insufficienza renale
la morfina può essere sostituita dal metadone che ha una escrezione prevalentemente
fecale. La dose iniziale di morfina dipende dalle condizioni generali della
paziente e dal trattamento farmacologico precedentemente instaurato. La malata
e la sua famiglia saranno educati ad aumentare regolarmente il dosaggio del
50% fino a trovare la dose analgesica individuale. Per garantire il riposo notturno
è indicato raddoppiare lultima dose serale e se la paziente riesce
a passare una buona nottata non è necessario svegliarla per farle assumere
il narcotico ad intervalli regolari. Nella fase di adattamento farmacologico
il contatto continuo, anche telefonico, con il curante è doveroso. Quando,
nonostante un uso corretto della soluzione di morfina, vi sono crisi di dolore
unicamente dovute al movimento è indicato associare un antinfiammatorio
non-steroideo.
La morfina per via orale, preferita per la facilità di assunzione
da parte della persona sofferente e di somministrazione da parte dei suoi familiari,
è disponibile in soluzione acquosa o in compresse a lento rilascio. La
soluzione acquosa può essere preparata al 5 per mille (1 cc = 5 mg di
morfina cloridrato). Le concentrazioni maggiori (10 o 20 per mille) sono utilizzate
quando la deglutizione è difficoltosa.
La dose iniziale è di 10-15 mg per os ogni 4 ore. Se le condizioni sono
scadute è preferibile iniziare con dosaggi più bassi come 5 mg
ogni 4 ore. Le compresse a lento rilascio di morfina solfato sono reperibili
alle dosi di 10-30-60-100 mg. Provocano una minore incidenza di nausea e vomito
rispetto alla morfina in soluzione acquosa ed hanno il vantaggio di somministrazioni
meno frequenti cioè ogni 12 ore o al massimo 8 ore. Nella fase di adattamento
farmacologico è più indicato iniziare la terapia con morfina in
soluzione acquosa ed una volta stabilito il dosaggio ottimale passare ad una
dose equivalente di morfina compresse a lento rilascio suddivisa in due somministrazioni
die. La morfina per via sub-linguale è indicata in presenza di
disfagia, vomito, ostruzione intestinale; il salto del filtro epatico garantisce
la biodisponibilità del farmaco. La dose iniziale è di 8 mg ogni
8 ore aumentando il dosaggio o riducendo lintervallo di assunzione sino
al raggiungimento dellanalgesia. La morfina per via rettale va
creata utilizzando capsule di gelatina dura idrosolubile in cui viene iniettato,
mediante un ago da insulina, il contenuto di una fiala di morfina cloridrato
da 10 o da 20 mg. Questo preparato può essere somministrato ogni 6-8
ore. Tale via di somministrazione può avere un ruolo nel controllo del
dolore acuto in pazienti già in trattamento con oppioidi ad orari prefissati
mediante altra via. Linfusione sottocutanea continua di morfina è
indicata quando la paziente è impossibilitata ad assumere la morfina
per bocca per intolleranza o inefficacia. Questo tipo di somministrazione presenta
caratteristiche comuni alla via parenterale (bypass del metabolismo epatico
di primo passaggio, biodisponibilità superiore al 90%, azione sui recettori
spinali e sovraspinali). La somministrazione tramite una pompa a siringa azionata
elettricamente porta ad una minor incidenza di nausea, vomito e stipsi rispetto
alla morfina per os probabilmente per la minor concentrazione di morfina a livello
intestinale.
Con questo sistema la percentuale di persone con dolore incontrollabile e necessitante
la somministrazione di analgesisici ed anestetici per via spinale (peridurale
o subaracnoidea) si riduce al 10%. Lutilizzo del catetere spinale è
da limitarsi a casi ben selezionati perché la gestione della terapia
non è facile. Attraverso il catetere spinale è possibile somministrare
i farmaci oppioidi a dosi singole o in infusione continua mediante pompe esterne.
Per passare dalla via orale alla via peridurale il rapporto di conversione per
un dosaggio equianalgesico può variare da 3:1 a 6:1, mentre per il passaggio
alla via subaracnoidea tale rapporto è di 12:1. La somministrazione intravenosa
a boli dà luogo ad unanalgesia molto rapida (da 10 a 15 minuti),
ma di breve durata. Linfusione intravenosa continua dovrebbe essere considerata
solo per le pazienti portatrici di un catetere venoso centrale precedentemente
impiantato che presentano diatesi emorragica, malassorbimento, disfagia, notevole
riduzione della massa muscolare, vomito, occlusione intestinale e difficoltà
a raggiungere lanalgesia attraverso altre vie di somministrazione. Vi
è unampia variabilità individuale nellincremento di
dosaggio durante linfusione intravenosa continua. Le dosi medie di morfina
iniziali si aggirano sui 15 mg/ora e quelle alla fine del trattamento sui 50
mg/ora. Le pazienti in trattamento con dosi parenterali ripetute passeranno
allinfusione intravenosa continua con lo stesso farmaco, utilizzando lo
stesso dosaggio nelle 24 ore. La somministrazione di un oppioide diverso deve
prevedere la riduzione del dosaggio da 1/2 a 2/3. Gli effetti collaterali più
importanti sono rappresentati da sedazione, confusione, stipsi e miocloni.
Il metadone è un analgesico oppioide sintetico che ha effetti
simili a quelli della morfina reperibile in farmacia anche sotto forma di sciroppo.
Lemivita plasmatica di una singola dose per via orale è di circa
15 ore; lemivita può aumentare fino a 2 o 3 giorni in caso di assunzioni
regolari con possibili problemi di accumulo. Anche se lemivita è
molto lunga lanalgesia dura da 6 a 8 ore. La dose iniziale è di
5 mg ogni 6 ore per via orale per tre giorni per poi passare a 15-20 mg suddivisi
in 2 o 3 somministrazioni quotidiane. Le dosi di metadone devono essere monitorate
giornalmente nelle pazienti anziane o con disturbi psichici o sintomi confusionali,
in presenza di ipertensione endocranica, insufficienza respiratoria, epatica
o renale. Sono state dimostrate interazioni con la cimetidina che ne inibisce
il metabolismo e può portare ad un aumento della sonnolenza o al coma
e la nifampicina che ne accelera il metabolismo e può, in qualche circostanza,
provocare sintomi di astinenza.
Gli effetti collaterali dei farmaci oppioidi possono manifestarsi sia nella
fase di induzione farmacologica sia in quella di mantenimento, ma solo raramente
sono causa di interruzione della terapia.
Stipsi. Gli oppioidi esercitano unazione diretta sui recettori
del plesso mioenterico con riduzione delle secrezioni e della peristalsi. Il
diminuito apporto di liquidi, la forzata inattività e la scarsa dieta
aggravano la situazione. È necessario un trattamento profilattico che
prevede una maggiore introduzione di liquidi e lutilizzo di agenti osmotici
(lattulosio), lubrificanti (paraffina liquida), catartici (magnesia citrato),
stimolanti della funzionalità del grosso intestino (senna). Utile il
clisma di pulizia. Nausea e vomito. Gli oppioidi, somministrati per via
orale, stimolano direttamente la zona trigger chemorecettrice; ritardano lo
svuotamento gastrico, aumentano leccitabilità vestibolare. I farmaci
antiemetici più efficaci sono quelli che agiscono sui recettori dopaminergici
quali i butirrofenoni, le fenotiazine e la metoclopramide.
Sonnolenza. È frequente durante le prime 24-72 ore di trattamento.
È causata sia dal sollievo del dolore che porta ad una riduzione dellansia
ed a rilassamento, sia da un eccessivo dosaggio del farmaco che si manifesta
con miosi bilaterale.
Confusione. Si riscontra soprattutto nelle persone che hanno metastasi cerebrali,
insufficienza epatica, renale, respiratoria, ipercalcemia, iponatremia, sepsi,
febbre. Depressione respiratoria. Non rappresenta un problema clinico
rilevante. Dopo somministrazioni ripetute delloppioide si sviluppa una
tolleranza fisica agli effetti della morfina sul centro respiratorio. Qualora
venisse notata una depressione respiratoria verrà utilizzato il naloxone.
Tolleranza. I farmaci oppioidi ed in particolare gli agonisti puri sviluppano
fenomeni di tolleranza. Con questo termine si intende la riduzione di intensità
degli effetti prodotti da una singola dose di farmaco dopo ripetute somministrazioni
e la necessità di incrementare i dosaggi per ottenere lo stesso risultato
analgesico. La tolleranza si sviluppa parallelamente alla dipendenza fisica,
ma entrambe non costituiscono un limite alluso degli oppioidi a scopo
analgesico. Lassunzione degli oppioidi può essere sospesa in maniera
graduale nellarco di una settimana.
Linee guida per un corretto utilizzo dei farmaci oppioidi.
Prescrivere un solo tipo di oppioide per volta; somministrare loppioide
ad orari prefissati in base alla durata dazione e allemivita plasmatica
e non al bisogno; ricercare la dose analgesica individuale; utilizzare la via
orale quando possibile; utilizzare farmaci adiuvanti per prevenire gli effetti
indesiderati; passare dagli agonisti parziali agli agonisti puri in caso di
inefficacia con dosaggi pieni; non associare agonisti oppioidi puri o parziali
ad oppioidi agonisti-antagonisti.
I farmaci adiuvanti
I corticosteroidi. Possono essere utilizzati come analgesici, stimolanti
dellappetito ed eufonizzanti. Trovano specifica indicazione nei dolori
da compressione nervosa (radicolare o midollare), nellipertensione endocranica
(tranne i casi da ostacolato deflusso liquorale) e nel dolore da metastatizzazione
ossea diffusa. I corticosteroidi più utilizzati sono il prednisone, il
prednisolone eil desametazone.
Nel dolore da compressione nervosa sono indicati 10 mg di prednisone
3 volte al dì o 4 mg di desametazone al dì per 10 giorni con riduzione
progressiva fino ad una dose minima di mantenimento. Nellipertensione
endocranica è indicata una dose iniziale di 8 mg di desametazone
2 volte al dì. È possibile ridurre tali dosaggi dopo 7-10 giorni.
Nella compressione midollare sono necessari dosaggi iniziali molto più
elevati fino a 100 mg al dì, riducendoli progressivamente die durante
la radioterapia. Gli effetti collaterali dei corticosteroidi sono: la sodio-ritenzione
con possibile ipertensione arteriosa secondaria; il diabete steroideo; la dispepsia
e il sanguinamento gastrointestinale; limmunodepressione che condiziona
unalta incidenza di infezioni, specie la candidosi del cavo orale; lagitazione
psicomotoria fino alla psicosi acuta.
Il medrossiprogesterone acetato ad alte dosi (500-1000 die per os o i.m.)
è efficace in più del 60% dei casi di metastasi ossee algiche
con miglioramento della cenestesi.
Va usato con cautela in pazienti con ipertensione arteriosa, diabete mellito,
gastropatia.
Gli antidepressivi triciclici. Sono usati per la loro azione analgesica
(bloccano il re-uptake della serotonina aumentandone la biodisponibilità
a livello centrale); il potenziamento dellattività analgesica degli
oppioidi; la loro azione sedativa ipnotica. Vengono prescritti soprattutto nella
nevralgia post-erpetica; nelle disestesie da lesione parziale o totale del tessuto
nervoso (dolore da deafferentazione); negli stati depressivi reattivi. I più
utilizzati sono lamitriptilina 10-75 mg/die; la clorimipramina 10-75 mg/die;
limipramina 10-75 mg/die. A questi a volte si associa la flufenazina 1-3
mg/die.
Gli anticonvulsivanti. Sono utili nel dolore da deafferentazione (dolori
riferiti come scosse, fitte, formicolii) poiché sopprimono la scarica
neuronale spontanea. Vengono utilizzati la carbamazepina e la fenitoina: la
dose iniziale di carbamazepina è 100 mg al dì aumentabile di 100
mg ogni 3-4 giorni sino ad una dose massima di 400 mg al dì; la dose
iniziale di fenitoina è 100 mg al dì e va aumentata gradatamente
di 25-50 mg sino ad una dose totale di 250- 300 mg al dì. I principali
effetti collaterali comprendono nausea, vomito, atassia, vertigini, sonnolenza,
leucopenia.
I neurolettici. Sono farmaci ad attività antipsicotica ed antiemetica.
Rientrano in questa categoria le fenotiazine ed i butirrofenoni. Piccole dosi
di questi farmaci, associate alla morfina per via orale, possono essere utili
nelle pazienti con forte componente psicologica e con vomito di origine centrale.
Le benzodiazepine. Vengono usate quando il dolore è accompagnato
da ansia, insonnia, contratture muscolari. I farmaci elettivi sono il diazepam
e derivati e lalprazolam per via orale. Nelle pazienti che necessitano
solo di un ipnoinduttore sono indicate le benzodiazepine di sintesi, come loxazepam
ed il triazolam avendo essi una breve emivita plasmatica.
Effetti collaterali dei farmaci adiuvanti. Secchezza delle fauci, stipsi,
ritenzione urinaria, tachicardia, ipotensione posturale, sonnolenza, esantemi,
aritmie. Interventi di blocco delle vie nervose. I trattamenti neurolesivi,
indicati nei dolori radicolari, interrompono il passaggio della sensazione dolorosa,
ma provocano spesso fenomeni disestesici e ipostenia. Per tali motivi sono poco
prescritti.
Trattamento palliativo degli altri sintomi
Il dolore non è lunico sintomo presente nella fase avanzata. Lanoressia,
la debolezza, il vomito, la stitichezza, la dispnea, le piaghe da decubito generano
sofferenze fisiche e psicologiche spesso più intense dello stesso dolore.
Questi sintomi vanno quindi considerati e opportunamente trattati.
Anoressia. È spesso associata ad uno stato dansia e/o di
depressione. Le cause sono da ricercare nella patologia del cavo orale, nelle
alterazioni del gusto, disidratazione, stipsi, nausea e vomito. La terapia non
ha lo scopo di fornire una nutrizione ottimale che faccia recuperare il peso
perduto, ma quello di riportare ad una sensazione di gusto e di piacevolezza
del cibo e di evitare gli effetti della 171
I tumori della mammella malnutrizione e della disidratazione. Un pasto effettuato
in compagnia; i cibi, scelti e desiderati dalla malata, ben rappresentati nel
piatto e serviti con amorevole dolcezza valgono più del trattamento farmacologico
qui di seguito elencato:
cortisonici: prednisone 10 mg per 3 volte al dì inizialmente,
poi 5 mg per 3 volte al dì; prednisolone 125 mg una fiala i.m. o ev al
dì; desametazone 4-8 mg al dì;
progestinici: megestrolo acetato 160 mg 2 volte al dì;
medrossiprogesterone acetato 500-1000 mg al dì;
anabolizzanti: nandrolone decaonato fl. i.m. 25-50 mg, 1 fiala
alla settimana;
stimolanti centrali dellappetito: ciproeptadina 3-4 cpr./die
o sciroppo.
Lalimentazione deve essere iperproteica e di piccolo volume (uova, carne,
formaggi stagionati); gli alimenti ben triturati vanno veicolati in acqua, latte,
brodo, semolino, succhi, spremute di frutta; si possono aggiungere integratori
proteici. Se lanoressia è indotta da farmaci ne va considerata
la sospensione; se è secondaria a nausea e vomito va prescritto un antiemetico
e se è secondaria a irritazione gastrica può essere prevenuta
con un gastroprotettore.
Lopportunità di iniziare una nutrizione parenterale va considerata
di fronte ad una prognosi di vita di alcuni mesi e solo nel rispetto della volontà
della paziente.
Nausea e vomito. Il vomito è un atto riflesso il cui stimolo scatenante
può avere origine in diverse parti dellorganismo ed è regolato
da un centro situato nella formazione reticolare dorso-laterale del bulbo che
integra le diverse afferenze. Gli NSAID possono causare nausea e vomito attraverso
linduzione di una gastrite. Vanno utilizzati farmaci gastroprotettoni
quali: cimetidina (400 mg/die), ranitidina (300 mg/die), misoprostol (800 mg/die).
Per il trattamento a breve termine di ulcere gastriche e duodenali si utilizza
lomeprazolo (20 mg/die).
Gli oppioidi provocano sia un rallentamento dello svuotamento gastrico che una
stimolazione della zona trigger e dellapparato vestibolare. Gli antiemetici
di scelta sono laloperidolo 1.5-5 mg alla sera; la proclorperazina (5
mg ogni 4-8 ore; la metoclopramide sciroppo o compresse 3 volte al dì.
Stipsi. Può essere causata da disidratazione, debilitazione, confusione
mentale, paralisi, dispnea, patologia specifica del grosso intestino, trattamenti
antalgici. Una serie di sintomi possono accompagnare la stipsi: senso di pienezza
intestinale, flatulenza, cattivo sapore in bocca, lingua impastata, apatia e
stanchezza, anoressia, sonnolenza, stato confusionale (nelle pazienti molto
anziane e defeda te), dolore addominale, nausea e vomito, disturbi urinari per
impatto delle feci nel retto. Prima di iniziare un trattamento antistipsi vanno
indagate le abitudini intestinali (frequenza, consistenza, difficoltà
o facilità al passaggio delle feci); le abitudini alimentari e luso
di lassativi e oppioidi. La strategia terapeutica della stipsi si basa, fin
dove è possibile, sulla sua prevenzione e consiste nel correggere la
malnutrizione integrando la dieta con alimenti ad alto contenuto di fibre come
crusca, cavoli, carote, frutta, insalata; far assumere quantità soddisfacenti
di liquidi durante la giornata evitando il più possibile luso delle
fleboclisi; mobilizzare la paziente se è ancora in condizione di muoversi;
utilizzare i lassativi regolatori. I farmaci di scelta sono: la senna cpr. 1
per 3 al dì aumentando la dose in rapporto allaumento del farmaco
oppioide; il lattulosio 30 ml 2 o 3 volte al dì associato eventualmente
alla senna; il bisacodile, supposte 10 mg una volta al dì; clisma a base
di fosfati ogni due o tre giorni se le supposte sono inefficaci.
Dispnea. È un sintomo soggettivo e non sempre correlato alla gravità
della patologia respiratoria. Lintervento terapeutico è principalmente
farmacologico, ma anche ambientale e psicologico. È importante creare
attorno alla malata un clima di massima tranquillità perché ogni
emozione può scatenare una crisi dispnoica acuta o peggiorarne una preesistente.
Linalazione di marcaina nebulizzata allo 0.25% può calmare la dispnea,
ma essere mal tollerata dalla mucosa orale.
Crisi dispnoiche acute. Quanto più la mancanza di respiro è
inattesa ed inspiegabile tanto più la paziente entrerà in uno
stato dansia che a sua volta aumenta la dispnea.
Anche se la dispnea non si accompagna a dolore è possibile prescrivere
la morfina in quanto riduce la frequenza respiratoria senza causare una depressione
respiratoria. Il dosaggio iniziale è di 5 mg per os ogni 4 ore, la dose
va regolarmente aumentata fino ad ottenere una risposta soddisfacente per la
paziente. Se la terapia con morfina è già in corso va valutata
la possibilità di aumentare la dose di base; nel caso la paziente sia
anche ansiosa si può aggiungere diazepam 10 mg.
Dispnea terminale in stato di lucidità. È la situazione
più carica dangoscia e più stressante per la paziente, i
familiari e lo staff medico che lassiste. La morte per soffocamento in
stato di lucidità traumatizza molto anche i familiari: essi porteranno
con sé il ricordo di una morte sofferta dalla loro congiunta e creerà
ulteriori problemi nella fase del lutto. È doveroso evitare lo stato
dangoscia sedando la paziente fino a procurarle uno stato di quiete e
di sonno. La terapia della dispnea terminale consiste nella somministrazione
di morfina più cloropromazina in infusione endovenosa continua a goccia
lenta. Se la paziente non ha mai assunto morfina si può iniziare con
40 mg associati a 100 mg di cloropromazina in 100 ml di soluzione fisiologica;
se la paziente è già in trattamento con morfina va aumentata la
dose. Quando la via venosa è difficilmente utilizzabile somministrare
per via intramuscolare 20 mg di morfina più 50 mg di cloropromazina ogni
8 ore come dose iniziale. Gli intervalli di somministrazione vanno progressivamente
accorciati a seconda della necessità. Quando è presente il rantolo
terminale dovuto alla presenza di secrezioni tracheo-bronchiali alla terapia
narcotica è necessario aggiungere il butilbromuro di scopolamina 20 mg
ogni 4 ore per via i.m.
Versamento pleurico. Se è sintomatico deve essere drenato evitando di
togliere una quantità di liquido maggiore di un litro e mezzo per volta.
Se il liquido si riforma solo dopo alcune settimane un trattamento di questo
tipo è giustificato, ma se il liquido si riforma in pochi giorni diventa
più traumatico eseguire continue toracentesi. È possibile allora
instillare nella pleura un agente ad azione fibrotica per prevenire laccumulo
di liquido dopo toracentesi. Poiché residua un temporaneo dolore pleurico
è necessario somministrare preventivamente farmaci analgesici. Anche
il drenaggio di un versamento pleurico deve essere attentamente valutato e deciso
in base alla prognosi. Se il versamento non causa difficoltà respiratoria
e non altera la qualità di vita e se la paziente non lo desidera si può
evitare lintervento traumatico e doloroso.
Linfangite carcinomatosa. Viene trattata con desametazone 8 mg 2 volte al dì
per via intramuscolare per una settimana; il dosaggio va ridotto progressivamente
nelle settimane successive.
Ipertensione endocranica. Desametazone 64 mg i.m./die iniziali e poi
diminuire progressivamente la dose fino ad un mantenimento di 8 mg/die. Associare
diuretici come mannitolo 250 ml al 18% ed un antistaminico.
Turbe metaboliche. Nelluremia aloperidolo 1.5-3 mg i.m. o per os
alla sera oppure clorpromazina 50 mg i.m.; nellinsufficienza epatica desametazone
4-16 mg/die; nellascite diuretici, metoclopramide 10 mg ogni 8 ore, paracentesi.
Nellipercalcemia i cui sintomi sono rappresentati da sonnolenza, sete,
poliuria, nausea, vomito, anoressia, stipsi e stato confusionale, il trattamento
consiste nellidratazione e nella somministrazione di bifosfonati.
Stomatite o mucosite. Può essere legata a cause infettive, malnutrizione,
cachessia neoplastica, immunodepressione da chemio e/o radioterapia. La stomatite
si manifesta con arrossamento, erosione, ulcerazione del cavo orale, emorragie
nelle pazienti trombocitopeniche e causa dolore, bruciore, disfagia con compromissione
nutrizionale. La diagnosi si attua mediante colture orali per aerobi, anaerobi,
virus, funghi. Il trattamento della stomatite si avvale di lavaggi pulenti,
antisettici e analgesici. I lavaggi pulenti si attuano con perossido di idrogeno
al 3-6% diluito in acqua con un rapporto di 1/4. I lavaggi antisettici si attuano
con esetidina collutorio che rimane nei tessuti del cavo orale 8-10 ore. I lavaggi
analgesici si attuano con 7ml di xylocaina al 2% in 20 ml di idrossido di magnesio
e alluminio in sciroppo (la soluzione può essere ingenita se vi è
disfagia con oligodinia); benzidamina cloridrato assorbita attraverso la mucosa
buccale.
Candidosi orale. È legata ad una diminuzione delle difese immunitarie,
ad autoinfezione con la candida gastrointestinale normalmente presente, alla
terapia con cortico-steroidi. Può manifestarsi in forma acuta (pseudomembranosa,
ipertrofica, atrofica) o cronica (atrofica, mucocutanea) o come stomatite angolare.
La terapia consiste in asportazione delle placche con una spatolina; pennellature
con violetto di genziana; nistatina 1 ml ogni quattro ore meglio con cubetti
di ghiaccio; fluconazolo 50-150 mg/die per 7 dì; anfotericina B sospensione
orale alla dose di 5ml~500mg 2-4 volte al dì; miconazolo cp da 500 mg
2/die per 10 dì oppure gel orale 1/2 misurino 4 volte/ die. I cibi e
le bevande consigliate sono: thè tiepido zuccherato, cioccolata tiepida,
frappè, frullati al latte, succhi di mela, zuppa di pollo, crema di vegetali,
crema di riso, carne omogeneizzata, purea di patate, verdure cotte e passate,
zabaglione, gelati, budini, yogurt.
Decubiti. Vanno prevenuti ispezionando giornalmente le parti più
esposte al rischio di ulcere e utilizzando materassi ad aria o ad acqua (il
più semplice è un materassino da spiaggia riempito dacqua).
La paziente va mobilizzata ogni 2 ore e massaggiata con sapone di Marsiglia
evitando traumatismi e macerazioni da incontinenza. Usare uno spray al silicone
se la cute è arrossata; la tintura con violetto di genziana se vi è
unabrasione superficiale. In caso di vescicola chiusa mantenere la vescicola
intatta; lescara asintomatica va rimossa solo se la paziente ha una prognosi
superiore ad un mese di vita; unulcera pulita con granulazione rossa va
detersa con amuchina o H ² O ² 1.5%, va esposta allaria o asciugata
con il phon e va medicata preoccupandosi di mantenere asciutta la medicazione.
Nellulcera infetta alternare medicazioni umide con antisettici a medicazioni
asciutte, esponendo allaria la parte. Terapia locale antalgica con 10
cc di fisiologica
+ 10 cc di carbocaina al 2% + 4 cc di tintura di laudano. In ogni caso va evitata
la compressione. Le applicazioni con laser HeNe (apparecchio home care), aiutano
il processo di cicatrizzazione.
Le cure palliative
Le cure palliative iniziano quando è stata valutata ed espletata ogni
possibilità terapeutica oncologica e la malattia progredisce tendendo
a debilitare la persona. In questa fase è necessario che il medico, primo
fra tutti, sia pronto ad affrontare la realtà della inguaribilità
e della morte e si convinca ad utilizzare le terapie mediche esclusivamente
per ridurre la sensazione di sofferenza senza accanimenti causali. Più
che in altri momenti curativi i terapeuti sono chiamati a recuperare il senso
profondo della medicina come scienza ed arte riscoprendo la capacità
di saper ascoltare e di entrare in rapporto con la persona nella sua unità
psico-fisica, emozionale e spirituale, prestando attenzione alle sue relazioni
ed al suo contesto. Vanno privilegiati gli aspetti qualitativi della vita che
rimane, dando significato e senso ad ogni dettaglio e desiderio.
Il dolore è il sintomo fisico più frequente, un dolore totale
che coinvolge la persona, il sistema familiare e quello terapeutico. Va combattuta
la convinzione che il dolore sia inevitabile ed intrattabile e che la somministrazione
dei narcotici crei dipendenza, tolleranza e depressione respiratoria.
Per mettere in atto una corretta terapia antalgica bisogna instaurare una buona
comunicazione con la donna e la sua famiglia; praticare un accurato esame clinico
per definire natura, sede e durata del dolore, la sua insorgenza, i fattori
scatenanti ed i segni e sintomi associati; valutare la percezione soggettiva
del dolore, il livello di ansia e depressione, lideazione suicidale e
quanto il dolore interferisca con le attività di vita quotidiana, il
lavoro, la vita sociale; scegliere la modalità terapeutica più
semplice prima di utilizzare tecniche complicate e costose; rivalutare continuamente
il grado di sollievo e lintensità residua del dolore, lo stato
psicologico, funzionale e la qualità della vita dellintero sistema
familiare.
Il trattamento antalgico deve avvalersi di un approccio multimodale. Dapprima
vanno valutati ulteriori spazi per la radio, ormono e chemioterapia a scopo
antalgico. Nei casi di insufficiente controllo del dolore, queste terapie andranno
interrotte e sostituite dalla somministrazione di farmaci analgesici da soli
o combinati con altri farmaci sintomatici. Il completo sollievo dal dolore non
è sempre raggiungibile ma con una buona condotta multimodale il dolore
può essere reso tollerabile nel 90% dei casi.
Assistenza domiciliare continua
La carenza di strutture sanitarie specializzate per la cura dei sintomi nella
fase terminale (hospices, reparti di cure palliative) e lalto costo dei
posti letto in ospedale fanno sì che la casa della malata diventi il
luogo di cura obbligato. Essa risulta comunque anche il luogo più idoneo
e, nell80% dei casi, quello più desiderato dalla paziente.
Problemi di natura tecnica a casa sono la somministrazione e la modulazione
delle terapie farmacologiche, lesecuzione di pratiche infermieristiche
(medicazioni, cateterismi, clisteri) o mediche (recintazioni di ulcere da decubito,
toracentesi, paracentesi) o ortesiche (lo stare coricati può richiedere
un materassino pneumatico o antidecubito, lo spostarsi per la casa una carrozzella,
levacuare una comoda) o socio-sanitarie (indicazione e riconoscimento
dei possibili sussidi assistenziali ed economici).
Interventi assistenziali sono rappresentati da tutto quanto richieda unammalata
durante la sua giornata: è assistenza nutrirla, lavarla, farle compagnia,
rispondere alle sue domande, sedare le sue ansie e paure, sbrigare le faccende
domestiche, risolvere i numerosi problemi burocratici che linabilità
crea. È assistenza occuparsi dei familiari, trovare vie per aiutarli
economicamente nelle spese di assistenza; stare loro vicini nel momento del
decesso e nella fase del lutto. Per questi motivi lintervento domiciliare
si concretizza nel coordinamento e nellinterazione di figure diverse (medici,
infermieri, assistenti sanitarie e sociali, terapisti della riabilitazione,
psicologi, volontari) in un lavoro di équipe che si affianca ai Servizi
Ospedalieri competenti. Il compito delléquipe è prima di
tutto quello di contattare il medico della paziente ed organizzare insieme a
lui lintervento domiciliare costituito da visite settimanali o con una
frequenza maggiore a seconda della necessità. Linfermiere svolge
le prestazioni di competenza e controlla lefficacia delle terapie prescritte,
rileva la presenza di nuovi sintomi e le necessità della paziente, parla
con i familiari dei problemi che di volta in volta emergono e valuta la necessità
di inserire i volontari.
Solo lesperienza, la profonda motivazione a questo lavoro, la specializzazione
professionale, lampio margine di autonomia decisionale ed organizzativa
ed il costante impegno formativo e di aggiornamento fa sì che gli infermieri
riescano a portare avanti questo complesso lavoro.
Il volontario che entra nella équipe di assistenza domiciliare deve avere
una genuina e profonda motivazione personale, disponibilità e capacità
comunicativa. I volontari sono selezionati in base a criteri di personalità
e motivazione e partecipano a corsi di formazione per leducazione al lavoro
di gruppo e per usare tecniche diversionali ed occupazionali che facilitino
le relazioni interpersonali.
Il loro ruolo è quello di tenere compagnia alla malata e di aiutare i
familiari nel disbrigo di commissioni e pratiche burocratiche. Lattività
dello psicologo nellambito della medicina palliativa costituisce uno strumento
di supporto e di terapia essenziale per i familiari e per gli operatori coinvolti
nellassistenza i quali, a loro volta, potranno maturare anche un approccio
psicologico nei confronti della malata. Lintervento dello psicologo si
sviluppa in quattro settori: controllo delle dinamiche delléquipe
(il contatto quotidiano con malate che evocano costantemente limmagine
della morte personale, linevitabile loro morire, la sofferenza e la disperazione
loro e dei familiari provocano in tempi più o meno brevi usura, attenuazione
dellimpegno, crisi depressive, aggressività); supervisione dei
volontari (il volontario può essere oggetto e causa di stress e necessita
di particolare protezione poiché deve confrontarsi con la morte di una
persona con cui può instaurare rapporti affettivi con inevitabili sindromi
da lutto); colloqui con i familiari (che spesso si sentono inadeguati o impotenti
di fronte alla malattia divenuta inguaribile e hanno difficoltà di comunicazione
con la malata e tra di loro); colloqui con la malata (talvolta un colloquio
tra psicologo e malata è in grado di rivelare aspetti e problemi sfuggiti
ad altri componenti delléquipe permettendo una migliore comprensione
e facilitando, in ultima analisi, i rapporti di cura ed assistenza).
È importante che tutti i membri delléquipe si riuniscano
settimanalmente per discutere sotto ogni profilo lassistenza alla malata.
Gli interventi domiciliari sono supportati dal Servizio Sanitario Nazionale
e da enti privati quali la Fondazione Floriani, la Lega Italiana per la Lotta
contro i Tumori, la Vidas.
Finito di stampare nel mese di marzo 2001
per conto della Scientific Press s.r.l.
presso la tipografia TAF s.r.l. - Firenze
Impaginazione
HTML a cura di Sysart